Cie: la metà dei trattenuti è lì per aver perso il lavoro

di Giulia Gentile

Il caso più triste ed eclatante, quello di Danica, sessantatreenne serba, in Italia da dieci anni e affidataria di due nipotini, si è chiuso in fretta e furia una decina di giorni fa con l'espulsione. Ma sono ancora tanti, almeno la metà dei trattenuti, gli uomini e le donne stranieri ospiti forzati del Centro di identificazione ed espulsione di via Mattei per aver perso il lavoro, e di conseguenza anche il diritto a restare nel nostro Paese con un regolare permesso di soggiorno. Sono loro le vittime più indifese di una crisi economica che non accenna a terminare. Lo dicono le parlamentari Pd Rita Ghedini e Donata Lenzi che ieri hanno visitato l'ex caserma accompagnate dalla Garante cittadina delle persone private della libertà personale, Desi Bruno. Ancora dentro la capienza massima, il numero delle persone trattenute: 83 sui 90 posti letto, di cui 33 donne. Ma più che il sovraffollamento, e anche se la direttrice Anna Maria Lombardo sottolinea che il tempo medio di permanenza è pari a 33 giorni, nella struttura di via Mattei il problema principale sta diventando il trattenimento fino a sei mesi come previsto dal pacchetto sicurezza varato l'estate scorsa. Una misura studiata formalmente per dare più tempo alla burocrazia italiana e straniera di identificare gli immigrati (che non possono essere rimpatriati finchè un Paese d'origine non li riconosce come “propri”). Ma che, come evidenzia Bruno, produce una situazione «anche peggiore della detenzione», dal momento che chi si trova al Cie ha commesso l'unico reato di non avere un documento in regola. E questo vale sia per chi ha già finito di scontare la sua pena in carcere, ma da clandestino viene spostato in via Mattei in attesa dell'identificazione e dell'espulzione. Sia per badanti ultracinquantenni e manovali cui la crisi ha tagliato il contratto di lavoro e impedito – di conseguenza – il rinnovo del permesso di soggiorno. Questi, dice Ghedini, «i casi più penosi: abbiamo parlato con persone in Italia da 10 anni, che hanno qui parenti e affetti» ed ora rischiano di dover tornare «in Paesi d'origine che per loro non sono più tali». Nel caso delle badanti, la situazione raggiunge il vero e proprio paradosso: l'autunno scorso, avevano tentato la regolarizzazione tramite sanatoria proposta dal governo. Ma come denuncia Lenzi, in alcuni casi «la domanda di emersione dal nero è servita all'individuazione e all'avvio del processo di espulsione». Ad alleviare questa situazione di forte stress e tensione dei trattenuti, legata principalmente all'incapacità di comprendere le ragioni della propria pseudo-detenzione (frequenti i casi di autolesionismo, come per un trattenuto tunisino di 30 anni arrivato da Perugia che si taglia per chiedere di recuperare del denaro nascosto a casa sua in Umbria), le parlamentari individuano comunque un «buon intervento» di assistenza legale e psicologica,e di mediazione culturale, gestita a Bologna come al Cie di Modena dal «Progetto sociale di Franco Pilati. A cadenza settimanale la presenza al centro di avvocati e psicologi, mentre nelle passate stagioni erano stati organizzati anche corsi di lingua italiana dentro alla struttura. Ma anche se in via Mattei non si vive il dramma del sovraffollamento del carcere della Dozza (1200 detenuti su una capienza massima di 480 unità, e l'infermeria di prima accoglienza trasformata in accampamento d'emergenza fisso per una ventina di nuovi giunti senza letto), per Ghedini e Lenzi anche nel caso del Cie si tratta di una condizione «paragonabile a quella carceraria». Testimonianza diretta delle difficoltà, quella raccolta all'uscita dalle due parlamentari. A loro si è avvicinato, ieri mattina, un uomo di origini Tunisine ma che in città era arrivato da Ravenna per consegnare alla sua convivente trattenuta in via Mattei «vestiti e un po' di sapone». «Mi hanno detto che devo aspettare fino alle 15 – lamenta l'immigrato -, ma io devo tornare a Ravenna». La sua compagna, una donna nigeriana, è proprio una delle badanti che a settembre aveva fatto domanda di regolarizzazione: «Ora e' finita in una galera - attacca l'uomo - dopo aver anche pagato dei soldi» richiesti dalla pratica, e «i contributi che spettano alla famiglia» dove lavorava. BOLOGNA

13 aprile 2010 pubblicato nell'edizione di Bologna (pagina 54)
la Feltrinelli