Il premier e le escort Non si tratta di moralismo, ma del dovere di reagire e di far sentire la propria voce. Come stiamo facendo in Spagna: abbiamo ministre e buone leggi - Intervista a Alicia Gimenez-Bartlett

di Roma

Lei mi chiede cosa avrebbe detto Petra Delicado se fosse incappata in un caso come quello di Berlusconi e delle sue escort? Sicuramente si sarebbe arrabbiata moltissimo. Al tempo stesso, avrebbe avuto molta pietà verso queste ragazze». Alicia Gimenez-Bartlett, scrittrice spagnola nota in tutto il mondo, sulle donne scrive da sempre. Lo ha fatto nel romanzo Penelope segreta, un inno tragico alla donna libera dalla costrizione di sposarsi e riprodursi, e nei suoi noir, dove ha offerto ai suoi lettori una figura inedita nel nostro paese: un’ispettrice adulta, radicalmente indipendente, razionale e disincantata. Interviene nel dibattito, apertosi sulle pagine di questo giornale, sulle ragioni del silenzio delle donne italiane. Un mutismo che ha quasi i contorni di un giallo, visto anche a lei sembra incredibile che non protestino: sia per quel poco che viene loro offerto, cattivi lavori e poco welfare, sia per il modo in cui vengono rappresentate: adolescenti erotizzate che si accompagnano ad uomini anziani e di potere e gioiscono per piccoli regali e concessioni. Nel mondo – Iran, Birmania – sempre più volti femminili diventano icone della protesta. L’Europa sembra più silenziosa. Che ne pensa? «In un certo senso è normale, l’uguaglianza delle opportunità può portare ad un affievolimento della critica. Questo non toglie che le donne devono continuare, sempre, a far sentire la loro voce». In Italia non c’è vera parità, eppure le donne tacciono. È così anche in Spagna? «Fortunatamente no. Da noi si è formata una generazione di donne molto consapevoli dei propri diritti. Hanno intorno ai quarant’anni e hanno conquistato, attraverso il lavoro, un certo potere. Le giovani generazioni, in effetti, sembrano avere meno coscienza femminista e mettono in atto dei comportamenti che un po’ mi spaventano, penso ad esempio al boom dei matrimoni tradizionali tra le giovani». Queste donne partecipano alle discussioni pubbliche? «Sì, lo fanno. E al tempo stesso, questa consapevolezza femminile ha sensibilizzato anche gli uomini, che pure intervengono numerosi». Che ruolo ha avuto e ha la politica in questo processo? «Dalla fine del franchismo l’emancipazione femminile ha avuto una parabola ascendente e non si è più fermata. Hanno aiutato le leggi sull’aborto e sul divorzio, ha aiutato, negli ultimi anni, l’importanza che le donne rivestono nel governo Zapatero e in generale nella politica spagnola». Perché, secondo lei, l’emancipazione in Italia sembra andare al contrario? «Quello che sta succedendo in Italia con il caso Berlusconi non mi scandalizza più di tanto. Il rapporto tra sesso e politica è vecchio quando l’uomo. Ma bisogna avere uno sguardo analitico, non moralista, e cominciare chiamare le cose con il loro nome, dicendo forte, ad esempio, che un vecchio che va con le ragazzine è ridicolo». E come cambiare le cose? «L’intervento politico e le buone leggi sono fondamentali, ma la società viene sempre prima perché è più rapida. Sta a lei cambiare, e alla politica recepire». Quanto conta la presenza pubblica di modelli femminili diversi? «Non amo in generale i modelli, né positivi né negativi. A quale figura dovrebbero far riferimento le donne, Madre Teresa di Calcutta o Madonna? Nessuna delle due. Devono solo andare incontro alla loro libertà, e scegliere di essere libere. Scrivevo in Penelope segreta: “Tenere gli occhi aperti e non lasciarsi influenzare mai, resistere come gatte selvatiche, non dare ascolto, guardare altrove, disdegnare i modelli precostituiti”».

15 agosto 2009 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 10) nella sezione "Politica" Versione in PDF