
Fu una sapiente miscela di lungimiranza e pragmatismo ad animare i principali attori protestanti e cattolici di quello che divenne noto come «Accordo del Venerdì Santo», il 10 aprile 1998. Fu davvero linizio di uno dei più straordinari processi di pace della modernità. Ma quella irlandese è una storia ormai millenaria di sangue e sopraffazione e il bel saggio Storia del conflitto anglo-irlandese di Riccardo Michelucci (Odoya, pagg 285, euro 18) cerca di fare chiarezza tra i tanti luoghi comuni e di evidenziare le cause plurisecolari del conflitto. Quando si affrontano questioni annose come quella nordirlandese, un punto di vista asettico ed equilibrato non giova agli scopi della ricerca. Si può dissentire sul fatto che linvio delle truppe britanniche in Ulster nel 1969 abbia finito per rientrare nel tradizionale disprezzo razzista dei barbari irlandesi da parte dei più evoluti britannici, ma di certo un disegno egemonico analogo a quello mostrato nelle colonie africane e asiatiche la Gran Bretagna lo ha applicato anche a un territorio così prossimo sul piano geografico come lIrlanda, utilizzando la base confessionale al posto di quella razziale per creare lelite al potere. Come sostiene Michelucci, lespressione «guerra di religione» per il conflitto irlandese è fuorviante, dato che lelemento confessionale è più la conseguenza che la causa della situazione che si è venuta a creare dopo che Oliver Cromwell, per rafforzare il controllo della corona sui riottosi dellisola, inviò migliaia di coloni scozzesi presbiteriani e assegnò loro le terre migliori e i titoli nobiliari primari. GUERRA TOTALE Se è vero che in Irlanda, come dice il proverbio, «se lanci una pietra attraverso il vetro di un pub, ferisci due poeti e tre musicisti», il modo migliore per comprendere quanto sia stata totalizzante la guerra civile per la gente comune è leggere i suoi romanzieri. Il mio traditore (Mondadori, trad. Giorgio Musso, pagg 162, euro 16,50) è stato scritto da Sorj Chalandon, che irlandese non è, ma che lIrlanda lha conosciuta da corrispondente e lha amata. LIrlanda è un paese che ispira passioni forti e solo con amore se ne può rappresentare la storia. Il traditore del romanzo di Chalandon è un patriota la cui debolezza viene sfruttata dai servizi segreti britannici per ottenere informazioni. Peccato che lo straordinario reportage di Martin Dillon The Dirty War, la guerra sporca, appunto, non sia mai stato tradotto in italiano. Disponibile, invece, è Il traditore di Liam OFlaherty, da cui John Ford ha tratto lomonimo film, più volte citato nel romanzo di Chalandon. Leggete Resurrection Man di Eoin McNamee che, basandosi sulla triste vicenda della gang dei «macellai di Shankill», un gruppo di paramilitari protestanti che negli anni 70 terrorizzò le strade della Belfast cattolica, ricostruisce il clima di una città fantasma. In Eureka Street di Robert McLiam Wilson un cattolico e un protestante vivono la loro grande amicizia in un mondo roso dalla guerra, tra malavita, droghe, alcol, bar clandestini, musica, amori effimeri, fondamentalismo religioso. LA STORIA DI UN PAESE Anche Roddy Doyle, proprio quello di The Commitments, si cimenta con la storia del suo paese. In Una stella di nome Henry racconta di un giovane che, durante linsurrezione di Pasqua del 1916, decide di imboccare la strada del terrorismo, divenendo uno degli uomini di fiducia di Michael Collins, leroe dellIrlanda moderna raccontato nel film «hollywoodiano» con Liam Neeson. Meno hollywoodiano è Nel nome del padre, la vicenda dei «Guilford Four», quattro spiantati irlandesi accusati e condannati ingiustamente per un attentato in un pub inglese. Protagonista è uno splendido Daniel Day Lewis.. Che è anche protagonista di The boxer , una pellicola sulle difficoltà di un ritorno alla normalità per un terrorista uscito di galera. La prima parte de La moglie del soldato di Neil Jordan è decisamente illuminante, riuscendo a far luce sul rapporto tra carcerieri e vittime. Forse la rappresentazione più realistica del dramma irlandese ce lha fornita Bloody Sunday di Paul Greengrass, un ritratto in bianco e nero dei tragici eventi del 30 gennaio 1972, quando un reparto di paracadutisti inglesi aprì il fuoco su una marcia pacifica, lasciando sul terreno tredici innocenti e sancendo di fatto lirreversibilità del conflitto. Molto intensa è la recitazione di Fionnula Flanagan in Una scelta damore, un film che ripercorre e rielabora il dramma delle famiglie di chi, come Bobby Sands, decise di immolarsi alla causa repubblicana con lo sciopero della fame del 1981 nel famigerato carcere di Long Kesh, a Belfast. Ecco le agghiaccianti parole del cappellano del carcere, Denis Faul: «I terroristi protestanti non sarebbero stati in grado di sostenere uno sciopero della fame perché la loro religione non è pronta allaccettazione della morte. Per loro la morte è la fine, per noi cattolico solo linizio... Per i cattolici, la morte è latto di estremo sacrificio per il proprio paese e quindi non la temono. (...) I militanti protestanti in carcere si convertono. È la loro unica risorsa per vincere il rimorso. I militanti dellIRA, invece, hanno il sacramento della confessione dalla loro parte, il perdono di Dio in terra». Parole pesanti, su cui non sarebbe male riflettere, anche in un paese come lItalia. sebarock@alice.it
31 luglio 2009 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 40) nella sezione "Culture" Versione in PDF