Michele Jamiolkowsky, l'ingengnere che ha realizzato il miracolo di restituire alla città la Torre, ora è cittadino onorario «La Torre di Pisa? Si poteva fare tre anni prima»

di Marco Bucciantini

FIRENZE Ha lottato con la forza di gravità, che risucchiava la Torre di Pisa, inesorabilmente, verso terra. Michele Jamiolkowsky, naturalmente ingegnere, è da lunedì cittadino onorario di Pisa. Città che torna a far rima con la sua Torre da quando, quattro giorni fa, è stata riaperta al pubblico: «È premiato il lavoro di un comitato e lo ritengo un conferimento a tutto il gruppo di quattordici persone», si affretta a dividere i meriti Jamiolkowsky. L'ingegnere fa proprio di tutto per esaltare il collettivo: «Del gruppo di lavoro sono stato il portiere, perché all'inizio c'è stato soprattutto bisogno di difendere, di fare quadrato attorno ai problemi che si sono frapposti fra noi e il progetto». Cosa ha dovuto parare? «Il problema principale era la Torre stessa: al momento dell'intervento la situazione era al limite della compromissione. Qualsiasi cosa facessimo era rischiosa, troppo vicino era il punto di non ritorno, troppo vicino il collasso della struttura. Poi si sono sovrapposti gli immancabili problemi nei finanziamenti e legislativi, ma noto che oggi c'è spazio - per fortuna - solo per quello che luccica: a noi resta il dubbio che si poteva fare tre anni più in fretta». Dodici anni di idee, lavori, ripensamenti fino al progetto finale. Li può raccontare? «Partiamo dal 1962. Partiamo da Terracina, ingegnere romano che ha un'idea strepitosa e vincente: la sottoescavazione. In breve, riequilibrare la pendenza estraendo il terreno dal lato soprapendente, che per la precisione è quello che guarda il nord. A lui mancano le tecnologie per fare i calcoli esatti, a noi, trent'anno dopo, no». Sorte beffarda: l'ingegnere romano muore nel 1989, appena un anno prima della chiusura della Torre per l'inizio dei lavori. Come si è proceduto? «Con anni di studi, di ricerca, di prove sul campo. Con molte analisi giuste che all'atto pratico non tornavano». Quando sono tornati i conti all'ingegnere? «Nel 1997. Quattro anni fa le prove hanno cominciato a dare riscontri esatti. Siamo passati all'attacco, e se posso insistere sulla metafora, nel finale di partita abbiamo segnato un bel gol». Jamiolkoswky è nato in Polonia, a Leopoli, nel 1933. È arrivato in Italia a 26 anni, 'da ragazzo', dice. Avrebbe potuto legare il suo nome ad altre opere storiche del nostro Paese: «Mi sono occupato di opere strutturali, di ponti e di strade e poco dei monumenti. Dell'Alta Velocità (prima di ogni sospetto), della costruzione del ponte sullo Stretto. Poi, dalla metà degli anni ottanta, ho dedicato le mie attenzioni alla Torre di Pisa». Non è l'unico straniero della squadra dei 'quattordici': assieme a undici italiani ci sono anche un belga e un inglese. C'è stato un momento in cui il lavoro le è parso non trovare sbocchi, tanto scoraggiante da farle pensare di rinunciare? «Ci sono state difficoltà ma mai un punto di pessimismo da farmi dire: non ce la faccio». E ora? «Il nostro comitato decade il 31 dicembre e questo mi fa piacere, non mi piacciono i comitati permanenti. Ora tocca al ministero dei beni culturali che deve trovare i soldi per il restauro materico, architettonico, per la pulizia di superficie esterna e le manutenzioni necessarie per la Torre: niente paura, la torre non verrà 'impacchettata', rimarrà fruibile come lo è adesso». Tempi lunghi e lavori costosi? «L'istituto di restauro parla di interventi per tre o quattro anni, da almeno nove miliardi di lire. I pisani e i turisti meritano che si faccia presto. Bisogna capire che la Torre è una vecchia signora da curare e monitorare costantemente. Abbiamo suggerito un comitato di tre saggi - facendo anche i nomi di professori universitari autorevoli - adatti per questo scopo». Come una vecchia signora di gran classe, è pure un po' esosa: il nuovo ingresso alla Torre costa 30 mila lire: «A noi interessava mettere in sicurezza la Torre - dice il sindaco Paolo Fontanelli- e in questi anni la riapertura al pubblico non è stata l'assillo principale. Sono cambiate le norme di sicurezza e la fruizione del monumento cambierà di conseguenza: non possiamo più permetterci un accesso scriteriato e così abbiamo pensato a visite guidate, gruppi di trenta persone per volta con due accompagnatori che illustreranno il monumento. Il prezzo del biglietto tiene conto di questo servizio aggiuntivo e di queste esigenze di sicurezza». E magari del lavoro dei 'quattordici': «Abbiamo risolto il problema per qualche centinaio di anni - l'ingegnere polacco cede a una piccola vanità - senza intaccare un monumento storico così famoso. E non è poco».

19 December 2001 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 7) nella sezione "Interni"