Kyenge: «Rivedere il reato di immigrazione clandestina»

di Adriana Comaschi Bologna

A volte è dal territorio e dalle sue conquiste più avanzate che bisogna partire per capire quanto un futuro diverso sia a portata di mano. In una «full immersion» bolognese, tra scuole dell'infanzia con oltre il 30% di alunni con genitori non italiani e proiezioni Istat che prevedono per il 2020 in Emilia-Romagna un quarto dei giovani di origine straniera, il ministro per l'Integrazione Cécile Kyenge ha lanciato ieri alcuni messaggi precisi su ius soli e reato di immigrazione clandestina, che a suo giudizio «forse è ora di rivedere. Ma su questo - nota subito - la competenza è del ministero dell'Interno». Un segnale a cui il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri risponde attaccando: «Kyenge sull'immigrazione continua a sbagliare. Sono certo che il ministro Alfano manterrà posizioni di assoluta fermezza». E dire che Kyenge aveva subito messo un punto fermo a margine del convegno organizzato dalla Regione Emilia-Romagna su migrazione e sviluppo: «La premessa è che parlare di cittadinanza significa parlare di ius soli. Un tema che è trasversale, senza colore politico». Una volontà di confronto che diventa ancora più palese quando le si para davanti il consigliere regionale leghista Manes Bernardini, responsabile nazionale immigrazione per il Carroccio. Nessuna replica però dell'incontro-scontro con il collega lombardo Matteo Salvini, che aveva cercato di creare una caso su una mancata stretta di mano con il ministro. Con le presentazioni del caso, Bernardini ne approfitta per chiedere a Kyenge «un dibattito pubblico su ius soli e immigrazione. Anche alla Festa del'Unità», aggiunge sorridendo il consigliere la cui pagina Facebook, anche nei giorni scorsi, aveva accolto insulti contro Kyenge. «Confronto e ascolto non si negano a nessuno - commenta il ministro -, anche a chi la pensa diversamente da noi. L'importante è che questo sia fatto nelle sedi giuste e soprattutto nel rispetto dell'altro». Quanto agli insulti, «lo ripeto, non li considero personali, credo vadano al di là della sottoscritta e interessino invece le istituzioni». Quello che traccia Kyenge è invece un percorso pacato, all'insegna della condivisione. Ricorda, il ministro, che al suo dicastero sulla cittadinza spetta anzitutto ragionare «in termini di semplificazione, ad esempio per quel che riguarda i diciottenni» di origine straniera in modo da rimuovere tutti quegli ostacoli burocratici che oggi negano loro la possibilità di dirsi subito italiani. Ricorda poi che le proposte di revisione della legge sull'immigrazione depositate in Parlamento sono ben «15 alla Camera e 5 al Senato. I partiti sanno già che parlare di cittadinanza vuol dire parlare di ius soli, il punto è individuare quale modello può essere adatto per l'Italia». Sul reato di clandestinità Kyenge mette appunto in chiaro come «qualsiasi riforma e progetto deve essere discusso con il ministro Alfano. Forse è meglio iniziare a rivedere, in un ottica di integrazione, alcune norme». Più che con messaggi dirompenti, Kyenge sembra dunque voler comunicare a «colpi» di esempi positivi. Davanti alle associazioni racconta di un'Italia dove ormai l'immigrazione «non è più emergenza ma fenomeno strutturale», sollecita «una maggiore partecipazione anche politica dei migranti», ricorda che i minori nati nel nostro paese o arrivati qui da piccoli «non dovrebbero essere più chiamati stranieri, né migranti: questo è un problema culturale che non dipende dal ministero».

2 July 2013 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 13) nella sezione "Cronaca italia"