La cattedrale segreta di Ceccobelli- Dizionario

di Fulvio Abbate

Bruno Ceccobelli è uno dei migliori artisti italiani degli ultimi, diciamo, vent'anni. Uno di quelli venuti fuori a Roma insieme alla riscoperta della pittura, trascorso il lungo inverno dell'arte concettuale. Anche se lui, Cecco, è nato a Todi, in Umbria, nel 1952. Nella sua storia, s'affaccia fra l'altro l'esperienza di uno spazio autogestito dagli stessi artisti che prendeva il nome di «La stanza», e poi l'avventura del Pastificio di via degli Ausoni, a San Lorenzo, dove lo studio di Bruno Ceccobelli era fra le cose più mirabili da visitare, se è vero che assomigliava al laboratorio, lo diciamo così per semplificare, di un alchimista, di un magico carburatorista. Lì, alle pareti, s'affacciavano, a centinaia, i suoi lavori realizzati con materiali comuni e insieme sorprendenti, dal legno alla cera, dal catrame agli stracci. E perfino all'oro, come complemento magico ulteriore. Il risultato d'ogni sua opera mostrava uno dei pochi esempi di vera e autentica poesia pittorica che quel luogo abbia mai espresso. Non è semplice restituire l'essenza di un quadro, diciamo allora che Ceccobelli sa trasformare il buio, il profondo, l'abisso in volta stellata. E' questa una metafora, ma prendetela per buona. Fidatevi. Per comprendere meglio il concetto, anzi, per verificare di persona andate pure alla galleria «Volume» di Via San Francesco di Sales a Trastevere, accanto a Regina Coeli, dove fino al 30 di aprile c'è modo di visitare una sua installazione intitolata «Longamarcia post-temporale», curata da Angelo Capasso. Si tratta in realtà di una via crucis, un insieme di tavolette di maiolica disseminate per terra lungo uno spazio singolarissimo, da Ceccobelli trasformato in luogo, come dire?, Sacro, sì, proprio sacro. Una sorta di caverna, di cantina accidentata, di cattedrale dopo le bombe che suggerisce appunto la sensazione dell'universo dopo la pioggia, se non direttamente dopo il diluvio universale. Qui però le cose si complicano ulteriormente perché la percezione del sacro attiene all'insondabile, a qualcosa che la parola difficilmente può restituire, e allora non resta che lavorare di fantasia, immaginate dunque un magazzino della vecchia Roma, immaginatelo nel pieno dei lavori di ristrutturazione, immaginatelo come fosse un fotogramma di «Germania anno zero» di Roberto Rossellini, e su questa provate a disporre una sequenza di tavolette di maiolica che riproducono l'orma di un piede, il tracciato di un cammino, di una presenza, di un campo minato di terra e pigmento d'oro, alla fine avrete la sensazione d'avere visitato una cattedrale segreta, uno spazio dove appare l'essenza dell'assoluto, dell'incanto, dove c'è davvero il fiato dell'arte. Personalmente, se fossi nei panni del Papa, o di un semplice committente dei Musei Vaticani, commissionerei a Bruno Ceccobelli un intero duomo, sarebbe davvero un capolavoro, in grado di restituire il senso della preghiera, del così sia. f.abbate@tiscali.it Fulvio Abbate

22 April 2007 pubblicato nell'edizione di Roma (pagina 2)