L'Unità - Edizione Nazionale - 01/06/2011

«Ratko Mladic non è più in Serbia». Era nell'aria già dalla mattina, dopo che era stato respinto il ricorso del suo avvocato contro l'estradizione all'Aja. Le tattiche dilatorie della difesa, l'invio per posta del documento per prendere tempo, l'esibizione di un nuovo certificato medico su una grave malattia, non sono serviti. Per le autorità di Belgrado che lo hanno fatto visitare, l'ex comandante militare dei serbi di Bosnia può affrontare le fatiche del viaggio e del processo. «La Serbia, con l'estradizione di Mladic, ha adempiuto al suo obbligo internazionale e morale», dice la ministra della giustizia Snezana Malovic, annunciando nel pomeriggio che l'ex generale è già in volo per l'Aja. Dopo Milosevic, dopo Karadzic, eppure la Serbia ancora non si sente sicura di sé. Chiuso agli altri voli l'aeroporto di Belgrado, bloccata per precauzione l'autostrada per lo scalo. Un lungo convoglio di otto veicoli blindati fatto partire dal carcere, forse solo un diversivo: si fece così anche per Karadzic, infilato su un'auto qualsiasi, mentre tutta l'attenzione era puntata sulla sfilza di camionette con i vetri oscurati. Precauzioni necessarie dopo le proteste di piazza dei giorni scorsi, quella tifoseria ultranazionalista sparpagliata per le strade della capitale inneggiando a Mladic come a un eroe. Ieri la scena si è ripetuta ma a ragionevole distanza: a Banja Luka, cuore della Republika Srpska di Bosnia, diecimila in piazza hanno chiesto che il generale venga ufficialmente riconosciuto come l'eroe che ha fondato la nazione, un padre della patria, «simbolo della libertà serba». Non il criminale di guerra che si è macchiato della pagina più nera dell'Europa del secondo dopoguerra: 8000 morti a Srebrenica, nelle fosse comuni il feroce capolavoro della pulizia etnica. Lacrime Ha pianto Mladic, che nelle foto appare più vecchio dei suoi 69 anni. È malato, dice il cugino Branko che lo ha ospitato nell'ultimo periodo, nella stessa casa dove è stato arrestato sei giorni fa, a Lazarevo. Un ictus, forse più d'uno. Da Sarajevo fonti giudiziarie parlano di un cancro che lo avrebbe colpito già due anni fa. Una persona minata nel fisico e nella mente, dicono i familiari. Il suo avvocato racconta che Mladic si è commosso salutando la moglie, Bosiljka che gli aveva portato una capiente valigia blu: il suo bagaglio per l'Aja. Ha chiesto di poter partire con la sua divisa da generale, perché è così che vuole difendersi, dietro all'uniforme con cui ha giustificato tutto e che lo ha protetto a lungo, anche quando su di lui pendeva un mandato di cattura e una taglia da 10 milioni di dollari. Con la stessa divisa Mladic ha chiesto di poter visitare le tombe della madre e del fratello, morto durante la sua latitanza. Di sicuro ha ottenuto quello a cui teneva di più, la possibilità dopo tanti anni di andare sulla tomba della figlia Ana, morta nel 94: suicida, secondo la leggenda, dopo aver scoperto le atrocità commesse dal padre, ma la famiglia ha sempre sostenuto che fosse stata assassinata. Per tutti questi anni quell'angolo di cimitero è stato sorvegliato dalle telecamere 24 ore su 24 nella speranza di intercettare il generale latitante. Ieri Mladic ha avuto venti minuti, il tempo per accendere una candela e deporre un bouquet di fiori bianchi con una rosa rossa al centro, scortato da un imponente apparato di sicurezza e da un'ambulanza, un medico sempre accanto. Per chi non ha mai avuto neanche l'ultima consolazione di piangere su una tomba è un dolore in più. Kadira Gabeljic, che ha perso il marito e i due figli a Srebrenica, è piena di rabbia. «A lui è stato permesso, mentre io sto ancora cercando i miei figli dopo 16 anni».

1 June 2011 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 33) nella sezione "Esteri"