Il calcio del Caimano

di Oliviero Beha

Segue dalla Prima E sattamente come all'inizio del 1986 quando scese in elicottero a Milanello in qualità di nuovo proprietario e presidente dello «storico club di Via Turati», fagocitando il pallone, masticandolo da par suo e trasformando quel corposo bolo salivare in un prodotto essenzialmente televisivo. Le tv già ce le aveva, la politica sarebbe formalmente arrivata dopo. Nel 1994. In quell'anno, contemporaneamente alla discesa in campo del Cavaliere in via di caimanizzazione, Umberto Agnelli sotto l'occhio non contrario del più famoso fratello dall'orologio sul polsino ingaggiava quella Triade di cui si parla assai oggi, nelle Procure e nella Federcalcio commissariata. Cose vecchie, si dirà, e risapute. Può darsi. Certo è che all'epoca nessuno, sia più in generale per quanto concerneva il futuro Caimano sia nello specifico per la Triade dell'attuale associazione per delinquere ai fini di frode sportiva,provò a giustapporre le tessere del mosaico. Che cosa c'era di strano in fondo se il tycoon televisivo più importante d'Europa acquistava il Milan, e successivamente - qualche scudetto e qualche Coppa dei campioni dopo - gareggiava per Palazzo Chigi? Nulla. Ed era forse sorprendente che un pezzo di storia d'Italia sotto forma degli Agnelli, che avevano fatto combaciare a forza i due elementi («quel che va bene per la Fiat va bene per il paese»), affidasse le sorti del club italiano più importante a qualcuno già stranoto nell'ambiente dei «ladri di cavalli» (definizione dell'Avvocato)? Evidentemente no. Adesso di nuovo, mentre Borrelli indaga, Guido Rossi sorveglia e la Nazionale di Lippi marcia - verbo o aggettivo? -, sta succedendo qualcosa, con le stesse modalità macroscopiche di sempre. In ballo, ancor più esplicitamente che mai, c'è il rapporto di identificazione tra calcio e politica, o politica economica. Lateralmente, nel terzo club d'Italia Moratti si ricompra il 15% dell'azionariato interista da Tronchetti Provera,in altre faccende telefoniche affaccendato, rinsaldando i rapporti tra la storica famiglia e l'Inter. Centralmente, dopo essersi sentiti dire di tutto da manager amazzonici quanto a scrupoli di stomaco come Giraudo («pensino alle auto che alla Juve ci penso io»), gli eredi Elkann si sono ripresi il club, «rifiattando» su di esso e facendo chiaramente capire che la Juventus e l'azienda sono una cosa sola. Ma chi si muove meglio - come sempre - nella palude è il caimano. Che dalla calcistizzazione del paese (e del pianeta, Mondiali docent) ricava una lezione solare: come ho preso la rincorsa in politica vent'anni fa, in altra epoca, certamente con Craxi ma altrettanto bene con Gullit e Lorella Cuccarini, così ripartirò dagli stessi blocchi oggi, con un po' di Lega Nord se perdo la Lega calcio, con un po' di Casa della Libertà avvinta come l'edera, soprattutto con un popolo elettore che è un misto di pubblico televisivo, di tifosi rossoneri, di consumatori di un intricato pasticcio sociale seminato nella palude. Mentre a Roma si fanno prove tecniche del partito democratico, a spanne nelle difficoltà di amministrazione di un paese affondato nel fango (economicamente, ma soprattutto eticamente e culturalmente), a Milanello, metafora-laboratorio di un po' di tutto, si gettano le basi per un partito populista. A maggior ragione se dovesse perdere il prossimo referendum, Berlusconi da che cosa dovrebbe rimettersi in moto per ricavarne un immediato vantaggio politico, da sfruttare televisivamente? Nella calcistizzazione della politica e nella politicizzazione del calcio, l'ex presidente del Consiglio di nuovo in carica al Milan si è portato assai avanti con il lavoro. Si trova di fronte un paese in buona parte a sua immagine se non proprio ancora a somiglianza, e si comporta di conseguenza. La politica è ormai un messaggio superficiale, uno slogan da spalti per lo più televisivi, un attestato di appartenenza tifosa, un misto di convenienza personale e di difesa dalla «minaccia delle regole»? Bene. L'Italia è un paese a misura di Moggi e dei Moggi, nel calcio e nel resto? Benone. E allora perché non ritessere una trama a partire dal Milan, certamente non meno interessante di Forza Italia neppure dal punto di vista della politica ridotta al simulacro che abbiamo davanti a noi? Si può obiettare che risalire di nuovo in sella al Milan proprio mentre il sistema-calcio è oggetto di seria indagine delle Procure non parrebbe la più strategica delle iniziative, almeno non con la correlazione politica appena esposta. A parte la battuta che vuole Berlusconi ferrato in questo campo, non credo sia il caso di sottovalutare la lungimiranza del caimano, anche se questa scena nel film di Moretti non c'è. Mettiamo che il Milan sia colpevole, e venga riconosciuto tale, pagando pegno. Se il disegno complessivo del Berlusca anche solo parzialmente si avvicina a questa ricostruzione, certo non si lascerà sfuggire l'occasione. Un partito popolar/populista che reagisca all'eventuale «ingiustizia» e alla persecuzione sub specie calcistica pare perfettamente nelle corde dell'ex premier di Arcore. Se vuole spostare in piazza la lizza politica, non mi verrebbe in mente niente di meglio. Se poi le schiere dei tifosi milanisti si dividono su Berlusconi come è sempre accaduto, accorreranno gli altri nel mix rotondopolitico. E comunque questo toglie poco o nulla all'ipotesi di lavoro meta-calcistico del caimano. Tutto sta a capire se la tempistica berlusconiana è anche stavolta giusta come fu trent'anni fa agli inizi per la televisione, come vent'anni fa con il Milan trasformato in un veicolo di vendita di diritti tv, come dodici anni fa con Forza Italia creata dal nulla grazie a Publitalia e a un paese evidentemente sedimentato per esaltare questa tele-politica dei pannolini. Se per l'ennesima volta il caimano si gira e guizza meglio e più puntualmente degli altri in una palude che conosce come nessuno perché ha prepotentemente contribuito a generarla,non scherzerei su questa eventualità. Sarebbe in linea con il suo sempiterno populismo centroamericano a superba monetizzazione in un paese che lo odia e lo invidia insieme, sarebbe un modo per ricambiare le carte su un tavolo da gioco attorno al quale è seduta la maggioranza e all'opposizione qualche nostalgico della politica d'antan, mentre intorno l'Italia è una santabarbara. Così facendo il caimano salterebbe ulteriori mediazioni,dal pluralismo alla calcistizzazione, dal contrappunto politico all'immediatezza del tifo. Se gli riuscisse l'operazione saremmo fritti. Un berlusconismo in calzoncini per i posteri, a futura memoria. Intanto, perché potrebbe coinvolgere quella fascia di giovani, assai meno strutturati culturalmente dei padri e con un buco emotivo da riempire più facilmente, che recalcitrano anche solo al sentir nominare la politica e potrebbero finire invece sotto altre spoglie in quella rete. Poi perché la china di superficialità imboccata dal paese subirebbe una sicura accelerazione. Infine perché avrebbe l'effetto di far sembrare anacronistica la politica politicante già lutulenta di suo, che per controbattere il calcio-populismo del 2000 dovrebbe poter parlare in nome di qualcuno e di qualcosa, il che è oggettivamente sempre più arduo. Se il calcio ha assunto ormai le forme di uno stile di vita onnivoro e onninvasivo, il caimano sarebbe come sempre il primo a pilotare a suo favore il fenomeno e la relativa mutazione antropologica che ne seguirebbe. Berlusconi starebbe insomma cercando il modo di indirizzare verso di sé un moto di popolo, giacché la politica plastificata così efficacemente resistente dal 1994 ormai è palesemente sdrucita, in Parlamento e nelle amministrazioni locali. Una flebo di calcio, dunque,a partire dal Milan, e via. Possibile, se ha un senso questo ragionamento così abborracciato, che la sinistra non si accorga di nulla e lasci filare il caimano nella palude mentre la fiera se la sta organizzando per il futuro «come se» fosse soltanto una partita di pallone? www.olivierobeha.it

20 June 2006 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 28) nella sezione "Commenti"