IL PRIMO DEI CAMALEONTI

di Leoncarlo Settimelli

Ricky Maiocchi è morto ieri a Milano, portandosi via un pezzo di quella storia della canzone italiana che alla metà degli anni Sessanta era oggetto di grandi cambiamenti. Aveva 64 anni. Era uno dei fondatori dei Camaleonti e il suo vero nome era Riccardo ma in quell'epoca quasi tutti (a cominciare da «Ricky» Gianco, anche lui Riccardo), tendevano ad inglesizzare. Volete mettere? I gruppi (o le bands, come anche si dice oggi) venivano chiamati «complessi», senza pensare a Freud, e gli impresari di balere e serate di feste patronali chiedano con insistenza «ma l'eco, ce l'avete l'eco?». I nomi dovevano essere esotici o richiamare prepotentemente la Gran Bretagna dei Beatles. Sicché ecco Gli scooters, i Bit-nik, i Dik Dik, i New Dada, i Novelty, i Pooh e via così. Poi c'erano quelli che inalberavano nomi nazionali, con un po' di fantasia e qualche richiamo alle tendenze giovanili di mollare la famiglia e mettersi in viaggio: Equipe 84, Califfi, Corvi, Fuggiaschi, Giganti, Nomadi, Nuovi Angeli, Profeti, Ribelli e Camaleonti (e con questi ultimi Maiocchi si fece un nome). C'era poi l'elemento visivo che contraddistingueva i complessi: capelli a caschetto, se proprio si volevano richiamare i Beatles, o capelli lunghi, segno di irrequietezza e ribellione. E poi l'abito di scena, che poteva richiamarsi al Settecento con camicie piene di svolazzi, o direttamente agli «scarafaggi», con colli alti e giacche che somigliavano a quelle militari di un tempo, magari con alabarde dorate. Insomma, basta con la cravatta di Claudio Villa e di Modugno, basta con l'ordine e il garbo dei Cetra. Strumenti d'ordinanza: batteria, basso elettrico, chitarra ritmica d'accompagnamento e chitarra solista. O le prime tastiere elettroniche. Il risultato? Il «Beat», che da simbolo musicale (beat uguale pulsazione) diventò simbolo di un'epoca. Ricky Maiocchi è tra quelli che in questo contesto conosce il suo momento di gloria insieme con i Camaleonti. Prima c'era stata l'esperienza al Santa Tecla di Milano, dove erano passati anche Celentano, Gaber e Jannacci, e anche quella di un singolo inciso con la Emi, La tua vera personalità (1964). E nel 1966 eccolo al Cantagiro di Radaelli, come solista, interpretando Non dite a mia madre, che era poi la versione italiana di The House Of The Rising Sun. Niente di che ma al Cantagiro avviene l'incontro con i Camaleonti ed è amore a prima vista. È anche successo a prima vista, dato che Sha-la-la-la-la (versione italiana di un successo degli Small Faces) e Chiedi chiedi risultano tra i più gettonati nei juke-box Ma Ricky lascia presto i Camaleonti perché è piombato sulla sua strada un certo Lucio Battisti che ha già Mogol come paroliere, ma ancora non si è buttato nell'avventura di interprete. Battisti e Mogol scrivono e scrivono ma affidano agli altri i frutti del loro lavoro. Uno di questi altri è Maiocchi, che incide Uno in più e ne fa una bandiera che sventola nell'esercito della «Linea verde», fondata da Mogol. «Linea verde» significa essere giovani, cantare l'insoddisfazione per l'indifferenza verso i problemi dei teen-agers (anche questo è un termine molto usato allora per definire i ragazzi) che vengono bollati con la definizione di «giovinastri». Vessilliferi di questa insoddisfazione, il complesso dei Rokes, dell'ormai integrato Shapiro, che modulano Ma che colpa abbiamo noi?. Morde, questa «Linea verde»? Non morde, dicono i cantanti di protesta, i quali per tutta risposta fondano la «Linea rossa». Giunge il 1967 e Ricky Maiocchi fa il gran salto, ovvero partecipa al Festival di Sanremo. Ma quello non è un festival come tutti gli altri. È l'edizione che registra il suicidio di Luigi Tenco, in segno di protesta per le canzoni che partecipano alla finale, come Io tu e le rose cantata da Orietta Berti e La rivoluzione, di Mogol, l'una totalmente disimpegnata, l'altra che tocca il tasto delle lotte sociali e delle turbolenze giovanili con l'aria di chi ti dà una pacca sulla spalla e ti dice: «È finita la rivoluzione/ l'amore alla fine/ ha vinto e vincerà». È il Festival di cui si occupa anche Umberto Eco, per rilevare il doppiogiochismo degli autori che da un lato scrivono canzoni d'amore («non si sa mai, i soldi per il disco li dà il padre, vecchio colonnello in pensione»), dall'altro usano qualche parolina di ribellione «tanto per assicurarsi il mercato della protesta». Ricky Maiocchi è tra quelli che, poveraccio, canta C'è chi spera, di Panzeri-Pace-Colonnello, autori navigati che vogliono far credere che con un po' di speranza e di note il mondo possa cambiare. Con lui, ad eseguire la canzone in seconda battuta, c'è la grande Marianne Faithfull, che ancora non si occupa di Brecht e Weill (e a seguirla, in sala, c'è Mick Jagger, il Rolling Stones che è in quel momento è il suo fidanzato). Va male a tutti e due e la canzone non entra neppure tra le finaliste (ricorderemo per dovere di cronaca che vincono Claudio Villa e Iva Zanicchi con Non pensare a me). Maiocchi tenta nuove strade, incide una scriteriata versione di Ma l'amore no, canzone degli anni Trenta, che spegne in lui ogni propensione ribellistica. Cambia etichette discografiche (Carosello, Cgd, di nuovo la Emi) ma le cose non vanno meglio. I titoli delle nuove incisioni sono tutto un programma: Io sono qui, Aiutami fino al Rock'n'roll del 1976. Poi anche, lui, come tanti, partecipa a qualche rivisitazione di Red Ronnie, come «20 anni dopo, il bello del '68». Per vivere, dicono, fa l'impiegato, come forse la maggior parte dei protagonisti di quella stagione degli anni 60 che cambiò la musica giovanile ma che non poteva dar da mangiare a tutti. Specialmente a chi, avendo negli occhi i pubblici del Cantagiro e dei raduni beat, non aveva pensato al dopo e non si era preparato un avvenire da produttore o da direttore artistico.

6 February 2004 pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 19) nella sezione "Spettacoli"